Tour a piedi tra i tesori nascosti del rione Sanità di Napoli

Sabato, con alcuni Instagramers ho fatto un bellissimo tour a piedi per il Rione Sanità di Napoli, uno dei quartieri storici tra i più belli e misteriosi della città, che ha dato i natali a Totò e dove, oltre a visitare palazzi meravigliosi e reperti storici che fanno parte della storia e della cultura napoletana, ho mangiato alcune delle eccellenze gastronomiche partenopee, come il fiocco di neve della celebre pasticceria Poppella, recentemente minacciata a colpi di spari. Noi abbiamo voluto dimostrare che Napoli non è solo violenza e malavita, ma è molto di più. 

Napoli è un’esplosione di colori che vanno vissuti… e mangiati!

rione Sanità Napoli

E’ una grande metropoli, e come tutte le metropoli del mondo, ha i suoi lati oscuri e quelli meno oscuri. Quando viaggio e dico di essere napoletana mi sento chiedere spesso: “ma non hai paura di vivere a Napoli?”. E la mia risposta è sempre la stessa. No, perchè Napoli non è il far west che vogliono far credere i TG, Napoli è una città come tutte le altre e non è nè più nè meno pericolosa di Roma, Milano o New York.

Quindi, in risposta agli spari dello scorso giorno nel rione Sanità alla pasticceria Poppella, capitanati da Gaetano Balestra, giovane attivista del Rione Sanità, in collaborazione con il gruppo @thestendhals, abbiamo detto no alla violenza a colpi di scatti.

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Il tour è partito da Piazza Cavour, abbiamo attraversato il coloratissimo mercato di frutta e verdura del Rione Sanità, un’esplosione di profumi e colori e la prima tappa è stata proprio la pasticceria Poppella dove abbiamo degustato il buonissimo fiocco di neve, un dolce dalla ricetta supersegreta ideato da Ciro “Poppella” Scognamillo e rapidamente diventato virale in tutto il panorama partenopeo.

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Poco più avanti di Poppella, in Via Vergini, c’è uno dei palazzi più belli di Napoli, il palazzo dello Spagnuolo noto per le sue scalinate ad ali di falco. Così bello da sortire quasi un effetto ipnotico, se si rimane a fissarlo a lungo. La caratteristica principale dello Spagnuolo è una monumentale scala a doppia rampa, definita ad “ali di falco”, interamente decorata, pensata come una sorta di luogo di incontro, in cui avveniva una vera e propria vita sociale. La scala presenta cinque aperture per piano che, ad accezione dell’ultimo, si sviluppano simmetricamente. L’interno e l’esterno sono ornati con decorazioni a stucco in stile rococò realizzate, intorno al 1742, da Aniello Prezioso su disegno di Francesco Attanasio. Le porte di accesso agli appartamenti sono sormontate da stucchi che incorniciano medaglioni con busti-ritratti del primo proprietario del palazzo, il marchese Nicola Moscati.

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Poco più avanti, in Via Sanità c’è Palazzo Sanfelice, palazzo del 18esimo secolo con gradini unici nel quartiere Sanità. Sulle scale all’ingresso si nota la copertura degli scalini con pietra di lavagna inserita dal Sanfelice in onore della moglie originaria proprio dal paese di Lavagna in Liguria. Il primo cortile con la famosa scala aperta fu utilizzato per l’ambientazione del film Questi fantasmi, trasposizione cinematografica della commedia Questi fantasmi! di Eduardo De Filippo.

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Anch’esso davvero spettacolare. Si accede da un portone caratterizzato da stemmi nobiliari.

La facciata, scandita dalle aperture delle sette finestre decorate con stucchi, si alza per due piani. Il piano nobile alterna finestre con timpani piatti dove sono i balconi e tondi e/o triangolari dove sono solamente finestre; al secondo piano invece ci sono decorazioni con il sesto arcuato verso l’esterno, dove al centro ci sono tondi con busti.

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Notevoli sono i cortili che fungono da scenografia insieme alle scale. Il primo cortile è a pianta ottagonale e permette di accedere al vestibolo con resti di affreschi di stemmi nobiliari dei proprietari; nel cortile c’è una scala sanfeliciana che ripercorre l’inclinazione delle pareti ottagonali. Il secondo cortile, di pianta rettangolare, ha una semplice scala sanfeliciana ad ali di falco che fa da proscenio al giardino retrostante.

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Nell’interno c’erano affreschi di Francesco Solimena e nella cappella privata sculture di Giuseppe Sammartino che oggi sono scomparse, ma sono attestate dalle guide settecentesche della città.

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Al primo piano, però, troviamo il murales dell’uomo in catene realizzato da Zilda, il famoso esponente della street art, definitio da molti il “Banksy di Rennes”, rappresentante un uomo nudo in catene, con lo sguardo rivolto verso il basso e davanti il mare ed il Vesuvio, con un cielo plumbeo a far da contorno.

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Ci siamo poi inoltrati nel rione Sanità, tra vicoli stretti, i bassi dai quali esce odore di ragù e la dolce melodia delle canzoni neomelodiche napoletane, motorini che sfrecciano veloci ed il profumo dei panni appena stesi da un lato all’altro della strada fino alla Basilica Santa Maria della Sanità, all’interno della quale ci sono le Catacombe di San Gaudioso.

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Si tratta del secondo cimitero paleocristiano di Napoli, i cui affreschi hanno ispirato la Livella di Totò e nelle quali si può capire il significato del famoso detto napoletano “puozz sculà”. Là i nobili napoletani acquistavano un posto verso l’immortalità, facendo esporre il proprio teschio su dipinti meravigliosi, che possiamo ammirare ancora oggi.

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Sono ben nove le catacombe e i complessi ipogei sotto il Rione Sanità, di cui solo alcuni sono stati portati alla luce, cioè San Gennaro, San Gaudioso, San Severo e il più recente ossario delle Fontanelle. Del resto, il rione si chiama “Sanità” perché dal XVII secolo la zona fu ritenuta incontaminata e salubre, anche grazie a proprietà miracolose attribuite alla presenza delle tombe dei Santi.

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Le Catacombe di San Gaudioso vennero ampliate in seguito alla sepoltura del vescovo nordafricano, deposto qui tra il 451 e il 453 d.C., perchè essere seppelliti vicino a lui era sinonimo di prestigio.

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Le catacombe di San Gaudioso tornarono ad essere un sito sepolcrale nel XVI secolo, dopo il ritrovamento di un affresco della Madonna fino ad allora coperto dal fango. La Madonna della Sanità, del V-VI secolo, è la più antica raffigurazione di Maria in Campania, oggi esposta in una cappella  affianco all’altare centrale.

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Entrare nelle Catacombe di San Gaudioso è come entrare in un altro mondo.

Le sepolture di nobili e membri del clero erano realizzate secondo un procedimento particolare. I teschi venivano apposti a vista nelle pareti dell’ambulacro, mentre il resto del corpo era affrescato, generalmente con gli abiti e gli attrezzi del mestiere che rappresentavano la posizione sociale del defunto.

Gli affreschi furono realizzati da Giovanni Balducci, artista che rinunciò al compenso per essere sepolto tra gli aristocratici nelle Catacombe di San Gaudioso.

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E’ possibile poi vedere come avveniva il rituale della scolatura, il procedimento per cui si ponevano i cadaveri in nicchie in modo da far perdere loro i liquidi.

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Questo processo avveniva in piccole cavità dette seditoi, scolatoi o in napoletano cantarelle, dal greco cantarus, per il vaso posto al di sotto del defunto, che aveva la funzione di raccogliere i fluidi cadaverici. Una volta concluso il processo, le ossa venivano lavate e deposte nella loro sepoltura definitiva.

Questo compito macabro era assolto da una figura chiamata schiattamuorto.

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Terminata la visita alle Catacombe, abbiamo ammirato i bellissimi murales posti uno sulla facciata della chiesa ed uno proprio di fronte.

Di fronte alla basilica spunta il murales Luce ad opera  dallo street artist Tono Cruz, che occupa tutta la facciata di un palazzo del rione. Diciotto metri di vernice, rigorosamente bianca, formano un disegno tondo, come un fascio di luce a “occhio di bue”, proveniente da un faro. Il murale rappresenta le facce dei ragazzi e ragazze di queste stradine e vicoli, simbolo luminoso di speranza e futuro.

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Sulla facciata adiacente alla chiesa, un altro bellissimo murales a cura di Francisco Bosoletti dal titolo “RESIS-TI-AMO”, promosso dalla fondazione San Gennaro. L’opera di street art, dipinta sulla facciata della basilica seicentesca, e promossa dal Comune, ha come tema centrale quello dell’amore e della resistenza e ritrae una donna ed un uomo che si sorreggono vicendevolmente come in una danza. Il messaggio lanciato dall’artista con il suo murales è che “l’amore combatte, l’amore resiste, l’amore vince”. Si tratta inoltre del primo murales in Italia realizzato su una facciata di un edificio religioso e che trae ispirazione dalle storie vere che Bosoletti ha incontrato per le strade di Napoli.

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Nel chiostro della basilica, collocato proprio sotto il ponte della Sanità che sembra dividerlo in due, tantissime realizzazioni di arte moderna realizzate ad opera della cooperativa Iron Angels, risultato di un percorso formativo diretto dal maestro Riccardo Dalisi con un gruppo di giovani del Rione Sanita’ di Napoli. Oggi è un laboratorio artistico, con sede a Scampia, che produce opere uniche anche su commissione utilizzando materiali poveri. Mediante la collaborazione con gli operatori culturali e turistici del territorio, valorizza l’artigianato locale, promuove percorsi di inclusione sociale e incentiva il rapporto tra tradizione e contemporaneità. Creatività e fantasia si esprimono con materiali poveri in complementi d’arredo, oggetti della vita quotidiana, composizioni e sculture. Le opere realizzate, sono legate al principio che a fare l’opera d’arte non è né il materiale né il soggetto, ma solo l’immaginazione e la fantasia dall’artista che prendono consistenza e corpo nella materia.

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Arrivata ora di pranzo, tappa obbligata è la pizzeria “da Concettina ai tre Santi” di Ciro Oliva, altra eccellenza del Rione. Del resto, non puoi dire di essere stato a Napoli se non hai mangiato la pizza. Io di solito preferisco la classica margherita, ma quando ho visto il menù di Concettina ai tre Santi ho avuto l’imbarazzo della scelta. Alla fine ho optato per la pizza fondazione San Gennaro nata per sostenere il rione Sanità. Cornicione ripieno di salame e farcita di salame, pomodoro corbarino, provola affumicata e delle briciole dei tradizionali taralli “nzogna e pepe” (strutto e pepe) fatti nella Sanità. Una vera delizia per il palato! Ma anche le altre pizze a menù non scherzavano, una più invitante dell’altra.

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Dopo la pausa ristoratrice della pizza, penultima tappa del nostro tour il cimitero delle Fontanelle, un ossario ricavato in una cava di tufo realizzato a partire dalla pestilenza del 1656, quando vennero ospitati i poveri resti delle vittime dell’epidemia.

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Si trova in Via Fontanelle, limite del quartiere Avvocata, così chiamata perché, trovandosi a valle sotto le colline di Materdei e di Capodimonte, anticamente quando diluviava si formavano dei fiumi d’acqua e non perchè, come erroneamente si crede, c’erano delle fontanelle, ci si imbatte di fronte a qualcosa di davvero unico nel suo genere.

Ad esso è legato il rito delle “capuzzelle”, ossia l’usanza di adottare il cranio di uno dei morti di identità ignota al quale chiedere servigi e favori, come se fosse un membro della famiglia.

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I devoti sceglievano un teschio, lo pulivano e costruivano un altarino con lumini e rosari. Iniziavano a pregare per l’anima prescelta che, attraverso il sogno, si manifestava. La capuzzella da quel momento diveniva parte integrante della famiglia e le venivano riservate cure e preghiere. Lo spirito chiedeva che gli venissero rivolte delle preghiere per alleviare le pene del purgatorio. Il devoto, una volta tornato al Cimitero delle Fontanelle, abbelliva ancora di più l’altare, continuava a pregare e, in cambio, chiedeva una grazia. Solitamente, questa consisteva nella comparsa in sogno dello spirito, che consigliava i numeri da giocare al lotto. Se la grazia avveniva, il teschio veniva posto in un luogo più protetto: una scatola di latta, per chi non aveva disponibilità, teche di vetro o veri e proprio loculi per chi poteva permetterselo. Se la grazia non arrivava, il teschio tornava assieme a tutti gli altri e veniva scelto un altro con il quale si iniziava la stessa trafila. In questo ossario è quindi possibile capire il rapporto che i napoletani hanno con la religione, la morte, i defunti, il destino, il lotto, la fortuna.

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Centinaia sono le leggende che gravitano intorno a questi teschi che sembrano salutarti appena entri. Le più famose quelle del teschio del capitano e del cranio che suda, ma ve ne ho già parlato nell’articolo dedicato al Cimitero delle Fontanelle.

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Anche fuori al cimitero ci sono due bellissime realizzazioni di street art.

Uno è il volto di Demetra, dea della terra, disegnato da Mimmo Iodice, uno dei più noti fotografi napoletani, l’altro è un murale a cura di Mono Gonzalez sulla canonica e sul campanile della Chiesa in prossimità del Cimitero delle Fontanelle, un’esplosione di colori organizzati in una fantasia che richiama i motivi caratteristici latino-americani e allo stesso tempo i ricordi degli abitanti del quartiere che raccontano un luogo florido, luogo di passaggio per le mandrie, ricco di fontane e natura, ma anche luogo di lavoro per fabbriche come quella di scarpe di Mario Valentino e botteghe, ormai quasi tutte chiuse.

Una comunanza di riti e suggestioni collega il murale delle Fontanelle con l’incontro di arte urbana  degli artisti che hanno preso parte alla realizzazione del murale nel cimitero di La Paz, in Bolivia, una realtà estremamente vicina e simile alla nostra, ove cristianesimo e paganesimo si fondono senza soluzione di continuità.

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Lungo la strada incontriamo il murales “Speranza nascosta” di Francisco Bosoletti, artista vicino al Centro La Tenda per i senzatetto. E’ sul muro di ingresso del centro che viene restituito un volto profondo di una donna. Dipinto al negativo è visibile solo attraverso l’applicazione di un filtro: un’immagine non preconfezionata ma che richiede uno sforzo, una partecipazione, una interazione tra le persone.

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Murales la tenda Murales la tenda

Concludiamo il tour con la visita al Palazzo De Liguoro, in Via Arena della Sanità, diventato poi Palazzo Santoro (il nome proviene dai vecchi proprietari), che un’epigrafe marmorea collocata sull’entrata fa risalire almeno al 1746. Un antico edificio abbarbicato sul costone tufaceo di Capodimonte al cui interno è nascosta una scala a spirale scavata anch’essa nel tufo che sale fino a Capodimonte e spunta su un giardino privato con una vista panoramica mozzafiato su tutta la città. 

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Questa è solo una parte dell’incredibile Rione Sanità a Napoli. Ci sarebbe tanto ancora da scrivere, ma vi invito invece ad andare a visitarlo. Resterete a bocca aperta!

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